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domenica 1 dicembre 2013

Vittoria in Toscana.... e sono 11!


Il Foggia soffre ma porta a casa l'intera posta in palio. La sofferenza in campo era stata messa in preventivo perché il Poggibonsi partiva con tre punti in meno e, se non avesse avuto tre sconfitte consecutive nell'ultimo mese, probabilmente in tanti avrebbero continuato ad indicarlo come una piacevole sorpresa di questa stagione.
Dopo 14 giornate, se si esclude la brutta prestazione di Teramo, nessuna tra le squadre incontrate puó affermare di essere stata superiore al Foggia per qualitá di gioco e soprattutto per continuitá. Eppure sappiamo che nessuno molla l'osso, tutti mirano alla salvezza che é molto di piú di una comune salvezza di qualunque altro campionato. L'Arzanese oggi ha dimostrato di non aver mollato, di voler ribaltare una situazione di classifica a dir poco tragica, e lo ha dimostrato contro l'unica squadra che era ancora imbattuta alla vigilia.
Proprio la squadra campana sará il prossimo avversario dei rossoneri e il monito di questa giornata deve necessariamente far riflettere per evitare di abbassare la guardia ed offrire il fianco per un risultato che potrebbe avere il sapore della beffa.
Dalla parte del Foggia c'é l'entusiasmo, la consapevolezza dei propri mezzi e da oggi anche la capacitá di mantenere il risultato per oltre un'ora, insomma tutte qualitá che appartengono solo alle grandi squadre.
E per un'Arzanese che sorprende, esiste da oggi un Teramo forse piú umano e alla portata di tante altre squadre e non dimentichiamo che nel prossimo mese di gennaio la squadra abruzzese dovrá fare una capatina allo Zaccheria dove si proverá a ristabilire i conti.
Per ora comunque ci basta brindare a questo undicesimo risultato utile consecutivo impreziosito dalle ultime tre vittorie di fila: alla prossima gara ci penseremo da martedí.

Alberto Mangano

sabato 23 novembre 2013

Quella foto di Franco!

Devo dire che non é la prima volta che spendo due righe per Franco Mancini ma anche oggi, alla vigilia dell'intitolazione della curva nord a suo nome, mi va di farlo senza retorica ma con il rispetto che devo a questa persona come foggiano e come tifoso, ancor prima di farlo come giornalista.
La cosa bella di questo avvenimento é l'assoluta unanimitá con la quale una cittá intera ha deciso di dedicare una curva che, per una piazza che vive di solo calcio, diventa di un significato sicuramente immenso.
Franco Mancini era una persona, ancor prima di essere un calciatore, che a questa cittá ha saputo dare tanto, che ha saputo lasciare dei valori che, come ho detto infinite volte, gli ha dato una immortalitá assoluta, quella immortalitá che fa sí che una icona possa entrare nel cuore di tutti, cosa che non é un privilegio di tutti, ma solo dei grandi uomini.
La scelta secondo me intelligente, e non solo perché partorita da una donna intelligente come Chiara, di non pensare ad una fredda targa di marmo che ricordasse la morte di un uomo e quindi la sua assenza, ma una gigantografia che ricordasse la sua vita e la sua continua presenza, é la migliore che si potesse fare.
Quella immagine guiderá le nostre domeniche allo Zaccheria, le nostre vittorie e le nostre sconfitte, le nostre gioie sportive e le nostre ansie, come quando lo vedevamo in campo a protezione della sua e soprattutto della nostra porta; ogni tanto alzeremo gli occhi e lo guarderemo, magari gli chiederemo un favore dal cielo, magari ci confideremo con lui; quella foto ci avvicinerá ancor di piú all'uomo e non solo al calciatore.
Beato colui che gode del dono della fede perché lui sa che in un altro mondo esiste un nostro caro che ci aspetta e che ci guida nel percorso terreno; noi tutti, credenti e non credenti, avremo bisogno dello sguardo di Franco, dei suoi occhi, della sua immagine per sentirci ancora piú foggiani ed ancora piú rossoneri.
Brava Chiara perché con quella immagine ci hai avvicinati tutti al cielo!

Alberto Mangano

domenica 17 novembre 2013

Lo stadio ricorda Matteo Amoruso



Sabato 16 novembre, prima della gara contro il Sorrento, lo stadio manda un ultimo saluto a Matteo e alle vittime del crollo di viale Giotto


giovedì 14 novembre 2013

Bolzano, la patria di De Coubertain



L'ideatore dei moderni giochi olimpici, il barone Pierre De Coubertain, viene ancora nominato quasi per consolare chi non riesce ad ottenere una vittoria nello sport; da bambini nelle scuole ci hanno insegnato il famoso principo per cui il partecipare é l'unica meta cui ambire in una manifestazione sportiva ma é anche vero che, subito fuori dall'aula, nelle interminabili sfide a pallone, ci "scannavamo" per riuscire a vincere e poter prenderci gioco dei perdenti.
Anche da grandi, difficilmente ci é capitato di assistere a gare sportive dove non ci fosse, in modo piú o meno manifesto, la voglia di battere l'avversario. 
È tutto talmente vero che ha fatto poca fatica ad affermarsi la notizia che esiste una squadra di calcio, la Excelsior di Bolzano, che consente a tutti, ma veramente a tutti di avvicinarsi al calcio e di poter giocare nella squadra godendo delle stesse possibilitá di tutti gli altri con un turn over che prevederebbe addirittura la conta dei minuti di impiego in campo per ciascun atleta.
Il risultato? Tutti hanno la possibilitá di giocare in un campionato contribuendo alle fortune, in veritá molto scarse, della propria squadra. Tutto ció avviene da dodici anni con un bottino di risultati praticamente nullo.
Forse De Coubertain avrebbe trovato oggi a Bolzano la prima vera legittimitá del suo aforisma ma in effetti é proprio quello che il barone avrebbe voluto?

Alberto Mangano

lunedì 11 novembre 2013

Quel maledetto 11 novembre!



Quel giorno ricordo che ero partito intorno alle 7,30 per andare al lavoro a Manfredonia; di solito ascoltavo il radiogiornale in macchina ma quella mattina mi ero incuriosito ad ascoltare le considerazioni di un esperto informatico sulla possibilità di azzeramento dei calendari dei computer che sarebbe potuto avvenire nell’imminente passaggio al XXI secolo. Era una giornata buia, sembrava volesse piovere e mi giunse inaspettata la telefonata di un mio collega di Barletta che mi chiese se stavo bene, se avevo dei parenti coinvolti nella tragedia foggiana; non capii molto e decisi di chiamare mia moglie la quale non mi diede soddisfazione impegnata come era nel preparare i bambini  da accompagnare a scuola. Cominciai a capire qualcosa, ma ancora molto poco, entrando per un caffè in un bar di Manfredonia dove c’era un gruppo di persone che faceva riferimento ad un crollo e dei morti a Foggia. Per discrezione non chiesi niente ma cercai di immaginare l’accaduto facendomi guidare da un minimo di logica: “sarà caduta una di quelle catapecchie, magari una baracca e pensai alla morte di qualche abusivo senza casa, a qualche extracomunitario che si era rifugiato di notte in una costruzione pericolante”. Mi venne in mente il racconto di mia madre circa il crollo del palazzo Angeloni avvenuto tanti anni prima e che aveva causato la morte di alcuni residenti. La curiosità era tanta e tornai in macchina cercando di “acchiappare” un notiziario e per capire veramente cosa fosse successo; le notizie cominciarono ad arrivarmi attraverso la radio ma continuavo a rimanere incredulo e attonito. Quel giorno cercai di sbrigarmi subito e tornai a Foggia con una certa ansia ma anche con tanta curiosità. Avevo sentito parlare di viale Giotto e decisi di avvicinarmi percorrendo via Telesforo e passando dall’ospedale; notai subito un traffico di ambulanze, di auto dei Vigili del Fuoco e decisi di lasciare l’automobile in piazza Aldo Moro: cominciai a camminare tra gente che correva, che camminava senza meta, vidi persone che piangevano, c’era insomma un clima di disperazione ma soprattutto c’era un clima surreale. Non ricordo se qualcuno mi fermò, se mi impedirono di avvicinarmi al palazzo crollato ma ricordo che mi fermai, quasi in contemplazione, ad una certa distanza dalle ruspe e dai numerosi volontari che scavavano e con le persone che erano vicine a me non scambiai una parola, rimanemmo in religioso silenzio a guardare, a soffrire, certamente a sperare, tutti insieme con un unico intento, quello di condividere una tragedia, quella della nostra comunità; guardavo quel cumulo di macerie, una nuvola di fumo alzarsi nel cielo e sembrava di riascoltare la voce di mio nonno quando mi raccontava dei bombardamenti: questa era la tragedia della mia generazione, sicuramente non paragonabile a quella sua che comunque aveva una logica, quella perversa della guerra, ma aveva una logica. Forse ritornai il giorno dopo, non ricordo bene, ma ricordo i televisori di noi foggiani che guardavano sempre le immagini delle emittenti locali che inquadravano i soccorsi, gli scavi e noi guardavamo rigidamente in silenzio, quasi per non disturbare, quasi per udire insieme con i soccorritori  qualche lamento, qualche segnale di vita; aspettammo tutti invano, il miracolo non avvenne e la città intera partecipò a quel funesto corteo di camion dell’esercito che trasportò tante, troppe bare: mentre passavano le osservavo tenendo per mano mio figlio che allora aveva 6 anni e che era nella fase in cui si chiede spesso ai propri genitori: “perché?”. Quel giorno non riuscii a spiegare niente a mio figlio, non seppi ricorrere nemmeno ad una pietosa bugia: tutti, adulti e bambini, vivemmo intensamente quei giorni e continuammo a vivere nel ricordo di quella tragedia anche quando si spensero i riflettori, quando lasciarono Foggia le ultime telecamere nazionali, quando anche i telegiornali volevano richiamarci ad una vita che andava avanti.
In quei giorni raccolsi tanti articoli, li conservai in un cassetto: dopo qualche anno decisi di realizzare un sito sulla mia città e la tragedia di viale Giotto fu la mia prima pagina, quella che ancora oggi risulta la più visitata. Le morti, quelle innocenti, fanno sempre male e lasciano un vuoto dentro, ma i morti di viale Giotto forse son serviti a riscoprire l’orgoglio dell’appartenenza: quel maledetto 11 novembre 99 imparammo in tanti insieme a sentirci più foggiani.
Alberto Mangano